Zoncolan 2018

Dopo quattro anni finalmente il Giro d’Italia torna sullo Zoncolan dal leggendario versante di Ovaro e l’occasione è talmente ghiotta che anche quest’anno non abbiamo potuto mancare l’appuntamento per la gita sociale in bici ad assistere all’arrivo della tappa, nonostante le previsioni meteo incerte.

Peter Carli, Fulvio Pittao e Dean Kralj in una macchina, Daniele “Iure”, Andrea Manzin e Max Lombardi nell’altra, ci siamo diretti verso VillaSantina al mattino presto con le Mountain Bike al seguito. I puristi storceranno subito il naso, perché sul Kaiser si va in bici da corsa, è risaputo. Ma Dean e Peter nutrivano qualche (fondato) dubbio sulla possibilità di scalare la “salita più dura d’Europa” con i loro 39-27, visto che Froome stesso si accingeva quello stesso giorno a intraprendere l’impresa che lo porterà poi a incidere il suo nome per i posteri (ormai non è un segreto) con un 36-30.

Arriviamo a VillaSantina e posteggiamo in un posto che conosce Dean, perché “Dean sa!” e bisogna sempre ascoltare Capitan Dean: “li abbiamo anche l’acqua per pulire le bici”. Servizio completo! Scarichiamo i bagagli e ripassiamo le checklist pre-partenza:

“Intimo di ricambio?” – “SI” (tutti) – “no” (Andrea).

“Antipioggia?” – “SI” (tutti) – “no” (Andrea).

“Guanti lunghi?” – “SI” (tutti) – “no” (Andrea).

Ci giriamo verso Andrea. “Ma cosa te se ga portado drio nel zaino? Solo birette?” – “Più o meno. Ecco perché tutti quanti se vegudi con due borse de roba e mi solo con el zainetto. Ma tanto xe caldo, non servirà tutta sta roba” – “Almeno la camera d’aria de ricambio?” – “Mi ne go due!” chiosa Fulvio, mostrando orgoglioso le sue DUE camere d’aria nastrate sul telaio. “Guarda che porta sfiga portarse due camere d’aria” – “Ma mi non son superstizioso”.

Ci prepariamo per la lunga sgambata che ci porterà….dall’altra parte della strada per la prima tappa in bar dove faremo scorta di caffeina e panini e assistiamo alla giusta vendetta del Fato nei confronti del miscredente Fulvio che fora la gomma neanche partiti e deve dar fondo ad una delle sue due camere d’aria, ristabilendo l’ordine universale globale mondiale che impone a tutti i ciclisti di portarne dietro una sola.

“Bravi ragazzi. Andate sullo Zoncolan?” ci chiede un anziano seduto al bar. “Si, ma prima facciamo un giro verso Arta Terme, Sutrio e Ravascletto, giusto per scaldarci un pò” risponde Dean.

“No scusa Dean, ma oggi non iera GITA? Non ne basta sti 1200 metri de dislivel?” – “Ma si, che volete che sia. Saranno si e no altri 700 metri di riscaldamento. Si parte!” – “TUTTI A PINEROLO” [cit.]. Ci mettiamo in scia in fila indiana un pò dubbiosi sul fatto che nelle intenzioni di Dean la giornata si svolgerà come una semplice gita, ma comunque determinati a portare a compimento l’impresa finale, da veri ciclisti ignoranti.

Alla prima occasione, prendiamo una deviazione che ci fa uscire dalla strada trafficata per percorrere una pista ciclabile. La direzione è giusta ma Dean ha qualche dubbio sulla strada da prendere. In lontananza vediamo due persone armeggiare nel giardino di casa e decidiamo di chiedere informazioni. Man mano che ci avviciniamo, le “due persone” diventano “due donne” per poi diventare “due BELLE donne” (omettiamo volontariamente gli epiteti e gli aggettivi effettivamente utilizzati). Dean va in avanscoperta e chiede lumi sulla direzione da prendere. Noi altri rimaniamo nelle retrovie a discutere sul dubbio che ci attanaglia: le due sono madre e figlia, o due sorelle? Le fantasie sessuali della maggioranza fanno propendere per “madre e figlia”, e così sia.

Partiamo salutando le nostre avvenenti salvatrici che subito prendiamo la strada sbagliata. Un braccio sventolante in lontananza ci avverte dello sbaglio: “Vi ho detto a sinistra!” – “Dean! Ma te ga scoltado le indicazioni che le ne ga dà?” – “In realtà non go scoltado sai. Iero distratto”. Annuiamo empaticamente, confermando pure noi gli evidenti problemi di attenzione: “Iera sicuramente mare e fia!”.

Proseguiamo allegramente fino ad un altro incrocio che richiede una seconda raccolta di informazioni. In lontananza notiamo altre due persone che man mano diventano due donne, due ragazze etc. etc.

Anche questa volta mandiamo Dean in avanscoperta, confidando che riuscirà a mantenere un livello di attenzione appena sufficiente per capire semplicemente se girare a destra o a sinistra. Ce la fa, nonostante sia stato messo a dura prova dalla prorompenza mamellare dell’interlocutrice. Bisogna girare qui e guadare questo fiumiciattolo. Iure parte spavaldo e arrogante in sorpasso sul gruppo e prende malamente una pietra liscia con la ruota anteriore finendo in acqua a pelle di leone (o a foca morta) tra le risatine delle due donzelle e tra i meritati insulti dei compagni di squadra: “MONA. Ara che figura de merda!”. Iure prende e porta a casa, perché effettivamente la figura di merda ormai è stata incassata senza possibilità di appello, fortunatamente senza danni alla bici, con qualche escoriazioni al ginocchio e un colpo alla spalla. Niente di rotto, e si riparte… stavolta meno spavaldo.

Arriviamo ad Arta Terme quando inizia a cadere la prima pioggerella fastidiosa. Peter tira fuori un coprizaino che sembra un paracadute. Meglio… così lo frena un pò in salita. Entriamo nella statale e iniziamo il tratto di strada che verrà percorso anche dal gruppo del Giro verso Ravascletto dove affronteremo il nostro primo GPM di giornata, con tanto di traguardo, tifo e Alpini ubriachi ad accoglierci. Decidiamo di prendere qualcosa da bere e qui assistiamo al secondo evento degno di nota della giornata: Andrea che prende una bottiglia d’ACQUA. Un pò rintronati dalla visione di Andrea che si abbevera con sostanze non alcoliche, decidiamo di ripartire in fretta perché Paolo Demichele ci aspetta ad Ovaro per intraprendere la scalata assieme a noi.

Scendiamo fluenti e sinuosi giù verso Ovaro e nei pressi della “Casa di Anna” ci fermiamo per uno scatto d’autore sui paracolpi appositamente posizionati in curva quando Anna in persona esce dalla sua casa per intimarci di non rovinare il suo cartellone: piccoli esempi di come gli italiani abbiano a cuore il Giro d’Italia partecipando alla festa ognuno a modo proprio. “Come se dise a Trieste là de voi?” – “Se disi NON STE FAR I MONE” – “Ecco, bravo, viva el Tram de Opcina” – “Sempre!”. Salutiamo Anna e arriviamo puntuali all’appuntamento con Paolo che ci attende alle porte di Ovaro…. ovvero alle porte dell’Inferno.

Prima di iniziare l’agonia, optiamo per una pausa Bar con insegna Illy per ristabilire i giusti livelli di caffeina nel sangue e per liberarci del peso liquido superfluo come dei bravi scalatori. Peccato per i quattro kili di zaino sulla schiena: noi l’ammiraglia purtroppo non ce l’abbiamo. Ci avviamo verso il portale che segna l’inizio del segmento dello Zoncolan per una foto di rito. Cerchiamo qualcuno a cui affidare il telefono per scattarci una foto tutti assieme: il primo, un tedesco, si presta per lo scatto: “Ecco, mi scusi, deve andare un pò più indietro, inquadrare così e po….” – “CLICK…Bitte…Auf Wiedersen”. Prima foto di merda: nessuno che guarda in camera, portale non visibile. Se eravamo a Barcola veniva uguale. “Grazie! Bella foto!”.

Ritentiamo con un altro gentile ciclista: “Mi scusi… può farci una foto DA QUI!”. Metto in posa tutti quanti, inquadro, prendo bene la composizione, affido il telefono al novello fotografo…. “CLICK”. Seconda foto di merda con il portale tagliato. “Bon muli… ghe rinuncio…ve correggerò la foto con Photoshop a casa”.

Questa volta partiamo sul serio, ma non prima di aver dato lo start dal punto esatto in cui parte il segmento Strava per deformazione professionale. Iniziamo la scalata del primo kilometro della fantomatica “salita più dura d’Europa” ben consci che il bello debba ancora venire. Ben presto, infatti, delle profetiche scritte sui muri delle case di Liaris preannunciano il calvario: “Qui si va per la salita dolente, qui si va per l’eterno dolore“, “Lasciate ogni speranza o voi che entrate” e altre simpatiche citazioni dantesche di incoraggiamento.

Veniamo fermati al primo blocco di controlli della Polizia che ci passa il metal detector sugli zaini (ma non sulle borracce porta attrezzi che potevano essere piene di tritolo). “Che cosa porti qui dentro?” chiede un agente in divisa a Dean. “Niente, un multitool, un paio di bombolette per gonfiare le gomme, le chiavi dell’auto…” – “Ok, vai. E tu?” chiede a Manzin. “Una pistola” – “Bene… puoi andare” – “Ma come? Non me fermè? Volè forsi dir che devo andar su per de qua e farme 8 kilometri cusì?” – “8 kilometri e mezzo per l’esattezza, e la salita vera inizia tra poco…vada vada” – “No ma….” – “Andrea movite che perdemo minuti sul segmento”.

Ed è così che abbiamo finalmente iniziato ad assaporare sulle nostre gambe l’ebbrezza di una salita interminabile con pendenze dall’11% al 20%, senza alcuno spianamento per rifiatare, tranne alcuni brevi tratti al 9% che parevano pianura Padana. Dean è partito allegro con il 34-36 seguito a ruota da Peter… e da tutti gli altri.

“Ma cosa veramente i pensava che su de qua me saria portado delle pistole de ferro che pesa? Za questo zaino ga troppi kili per i miei gusti”.

I cartelli dei kilometri rimanenti scorrono lenti…troppo lenti davanti a noi, confondendo anche le nostre già critiche capacità cognitive compromesse dal debito di ossigeno: una scritta a terra indica “ancora 4 km”, seguito subito dopo da un cartello “3km alla cima”. “I ne ciol anche pel cul”.

Arriviamo al secondo blocco della Protezione Civile che fermava le persone impedendole di proseguire per qualche ignoto motivo. Riusciamo a sgusciare via, diventando di fatto dei criminali evasi intenti a proseguire la scalata del muro dello Zoncolan. Dopo un paio di kilometri, che detta così sminuisce alquanto la sofferenza di quei due lunghissimi kilometri a pendenze mai sotto l’11%, incontriamo il secondo blocco della Protezione Civile. Ormai siamo paragonabili a dei galeotti pregiudicati e Max fissa minacciosamente negli occhi il tipo in divisa: “Son rivado fin qua… Te vol fermarme? Prova! Mi vado avanti”.

Ovviamente il tipo non ci ha provato neppure e arriviamo alla prima delle tre gallerie che ci fa capire che il suplizio sta per terminare.

All’uscita della galleria, un terzo posto di blocco: “Ciò, ma xe come la Via Crucis?” – “Dovete scendere dalle bici”. A questo compromesso possiamo scendere, perché ormai la cima è li a vista… alla fine di una strada ancora perennemente in terribile salita, ma circondata da una fiumana multicolore di tifosi in trepidante attesa.

Alla fine tutti e sette riusciamo a ricompattarci accanto ad un chiosco di birra e salsicce e qui l’abbeveramento alcolico non è solo concesso, ma addirittura obbligatorio. “Muli! Gavemo conquistado el Zoncolan. Ma ve rendè conto?”.

Dopo esserci cambiati le divise zuppe di sudore e indossato gambali e quanto di più pesante avevamo negli zaini (tutti tranne Andrea) cerchiamo un punto privilegiato per goderci l’arrivo degli atleti che sono già a Ravascletto: dove eravamo noi prima. Solo che loro ci metteranno decisamente meno di noi ad arrivare quindi è ora di sbrigarci.

Riusciamo ad aggirare la fiumana di gente e ad appostarci in un punto sopraelevato prima delle ultime due curve. Ma prima una chiazza di neve ci da lo spunto per l’ennesima foto dai toni seri e austeri che ci contraddistinguono.

La telecronaca dai megafoni, gli elicotteri e le macchine della testa della corsa preannunciavano l’arrivo dei primi due scalatori: Froome in testa con Yates in coda a pochi secondi ad attaccare il Kenyano sull’ultimo tornante affrontato a una velocità, per noi, smodata. Ripensando al patimento che avevamo provato poche ore prima su quelle stesse pendenze la stima nei loro confronti è dovuta e sincera, una potenza incredibile che fa capire quale divario ci sia tra noi semplici amatori e loro professionisti.

Rimaniamo ancora un pò a vedere gli inseguitori: Pinot, Aru… “Bon Dean, non speteremo miga che rivi tutti?”. Decidiamo di scendere verso il rifugio e strada facendo assistiamo fortunatamente, anche se in lontananza, alla premiazione di Chris sul podio.

Ma la foto del giorno è per lui: l’immancabile pisciatore della giornata che romanticamente, augello alla mano, contemplava l’infinito annaffiando la vallata dall’alto della sua posizione sopraelevata. Che momento emozionante e poetico di simbiosi uomo-natura.

Abbandoniamo a malincuore la bucolica visione del minzionatore e riusciamo a farci strada tra la folla per scendere al rifugio dove troviamo posto per riscaldarci un pò, specialmente Andrea che è ancora in pantaloni corti ma, per fortuna, con almeno la maglia invernale addosso. Ormai ha iniziato a piovere fastidiosamente e il the col rum del rifugio non ha fatto altro che rendere ancora più legnose le nostre gambe, per niente pronte al ritorno. “Ma tanto xe tutto discesa, vero Dean?” – “Si… quasi” – “COME QUASI?” – “Ma si, giusto due strappettini”.

I “due strappettini” del ritorno si sono tramutati in ulteriori 240 metri di dislivello positivo per 23 kilometri che, in aggiunta ai 51km e 1900 metri di dislivello della mattina hanno totalizzato un “giretto blando” da 73Km con 2200 metri di dislivello.

Max e Dean sembrano in gita scolastica e paiono non risentire minimamente della fatica del giorno. Max addirittura inizia ad esplorare sentieri in salita a caso giusto per ingannare l’attesa che il gruppo si ricompatti: “Venite a vedere lassù. E’ fighissimo!” – “Si Max, se fidemo… guarderemo in foto come che iera”. Eccovi accontentati.

Lungo il percorso di ritorno, incrociamo una coppia di ragazzi che risalivano l’impervia strada spingendo affannosamente le bici a mano: “Scusate! E’ giusto di qua per Sutrio?” ci chiede la ragazza. “Mah… anche si. Avete giusto quei 200 metri di dislivello da fare ancora su per questa strada (al 18% !)” – “Ah!”, risponde sconsolata la ragazza, rifilando una tagliente saettata con lo sguardo verso il fidanzato che, con un sorriso beota stampato sulla faccia ci ringrazia tentando di smorzare la tensione con un amorevole (e non ricambiato) sguardo verso di lei. “Andiamo amore”.

“Tranquillo mulo che stasera non te gui! CIAOooooo”… salutiamo ripartendo giù per i tornanti con i dischi dei freni incandescenti e la puzza di freni prossimi alla fusione pensando a quei due poveracci (specie per lui!).

La strada, ad un certo punto si fa asfaltata. Max e Andrea partono in fuga dal gruppo. Max per uno stato di estasi atletica, Andrea invece impaziente di raggiungere una quota con temperature più idonee ai suoi pantaloni corti per scongelare le gambe e le dita delle mani scoperte. Fatto sta che, immancabilmente i fuggitivi sbagliano strada e mancano una deviazione. “Ma dove ieri finidi? Gavè sbagliado strada?” – “No… volevimo solo arrotondar el dislivel, visto che gavemo fatto poca salita oggi”.

Finalmente si prende la discesa, ma non quella alla Dean… la discesa vera… lunga sinuosa discesa verso Villa Santina che ci porta dritti dritti nel parcheggio dove abbiamo posteggiato le macchine. Dean ci dirotta verso la pompa dell’acqua dietro ad un magazzino della Protezione Civile giusta giusta per sciacquare le bici sporche del glorioso fango del Kaiser: quasi un peccato toglierlo.

Ci cambiamo assistendo nostro malgrado allo spogliarello chiappe all’aria di Andrea e prenotiamo il ristorante che “Dean sa” per la cena ristoratrice e meritata a degno coronamento di una gloriosa giornata memorabile pensando già al prossimo anno: tanto, qualunque tappa in salita non potrà essere più dura di questa.

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